Blog di Alessandro La Monica, alexlamonica@tiscali.it

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PERCHE' "OLTRE LA FRONTIERA".

Perchè è divenuto necessario fare qualcosa. Consideratelo un diario dei giorni nostri, di ciò che domani sarà storia, storia del nostro paese, storia della nostra vita, storia del nostro futuro. Consideratelo come una forma di "ribellione" civile , di rifiuto nei confronti del berlusconismo. Alienazione e fascistizzazione della vita quotidiana, conformismo mediatico, demonizzazione delle istituzioni democratiche, assoggettamento clerico-borghese. Consideratelo come un tentativo d'azione o anche solo di "creare azione". Consideratelo come una necessità di oltrepassare quelle barriere mentali, quegli schemi preconcetti, quei blocchi di pensiero, quelle "frontiere" che si generano nella società mediante l'uso disonesto e servile dei più influenti mezzi di comunicazione. Consideratelo come un tentativo. A tutto ciò, ognuno, nel suo piccolo, lotta a modo suo.
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Nel 2008 i talebani hanno conquistato un altro quarto dell'Afghanistan

09/12/2008
Da www.peacereporter.net

Tra le province cadute in mano alla guerriglia anche quella 'italiana' di Herart

I talebani, che solo un anno fa controllavano il 54 percento del territorio afgano, oggi ne controllano il 72 percento e circondano Kabul. Lo certifica il rapporto annuale del think-tank di politica internazionale Icos (ex Senlis Council), che fornisce analisi e statistiche a supporto delle operazioni Nato in Afghanistan.

Mappa Icos"In Afghanistan ormai i talebani guidano il gioco, sia politicamente che militarmente", ha dichiarato Paul Burton, direttore dell'Icos. "C'è il reale pericolo che i talebani riconquistino l'intero Paese".
Il rapporto sottolinea anche come "tre delle quattro vie d'accesso alla capitale Kabul siano già in mano alla guerriglia".
Solo nel 7 percento del territorio afgano i talebani hanno una "scarsa presenza" (non nulla), e si tratta sostanzialmente del Panjshir (a nord di Kabul), roccaforte dei mujaheddin tagichi, e delle province settentrionali attorno a Mazar-e-Sharif, controllate dalle milizie uzbeche del signore della guerra Rashif Dostum.
Tra le regioni che nell'ultimo anno sono di fatto finite in mano agli insorti c'è anche la provincia occidentale di Herat, dove si concentra il grosso del contingente militare italiano.
Oggi il capo del Comando Centrale Usa, il generale David Petraeus, è a Roma per convincere il governo Bersulconi a fornire un maggior contributo militare sul fronte di guerra afgano. Il Pentagono ha deciso di inviare altri 20 mila soldati in Afghanistan nei prossimi mesi.

09 Dic 2008
Admin · 170 visite · 3 commenti
[Qui Milano Libera] Incontro con Piersilvio Berlusconi

04 Dic 2008
Admin · 230 visite · 5 commenti
Obama: l'India ha il diritto di difendersi
Di Enrico Piovesana www.peacereporter.net

Il rischio di una reazione militare indiana contro il Pakistan a seguito dell'attacco a Mumbai si fa sempre più concreta. La stampa indiana riporta con gran rilievo le dichiarazioni del presidente eletto statunitense, Barack Obama, che ieri ha sostanzialmente affermato il diritto dell'India di attaccare le basi dei terroristi in Pakistan - come stanno facendo ormai da tre mesi gli Stati Uniti.



Semaforo verde da Obama. Nel corso di una conferenza stampa è stato chiesto a Obama se anche per l'India fosse valida la politica di bombardare i campi terroristici pachistani in caso di evidente inazione del governo di Islamabad. La risposta del neopresidente Usa è stata musica per le orecchie di Nuova Delhi: "Le nazioni sovrane hanno il diritto di difendersi". Un implicito semaforo verde, concesso solo a due condizioni: "Prima - ha aggiunto Obama - le indagini sulla carneficina di Mumbai devono raggiungere delle conclusioni definitive e poi bisogna vedere se il Pakistan darà seguito al suo impegno di eliminare il terrorismo". Insomma: se alla fine la pista pachistana verrà confermata (e questo è scontato) e se Islamabad non farà qualche passo concreto contro i terroristi (consegnando all'India venti ricercati), allora l'India avrà tutto il diritto di agire. Soldati pachistaniI rischi di un'escalation. Un'eventualità, questa, dai risvolti drammatici. Non solo in caso di un reale attacco indiano (che rischierebbe di scatenare un conflitto nucleare tra India e Pakistan), ma anche solo in caso di minaccia concreta. Se l'India alzasse la tensione militare con il Pakistan, le potenti gerarchie militari di Islamabad, già innervosite dai sempre più frequenti attacchi missilistici Usa nelle Aree Tribali (ultimamente alcuni generali hanno minacciato di rispondere abbattendo i droni Usa) e dalla politica di dialogo con l'India sul Kashmir avviata dal presidente Asif Ali Zardari (letta come un grave tradimento dello spirito nazionalista pachistano), si ribellerebbero al debole governo civile di Islamabad e ai diktat di Washington sull'impegno militare pachistano contro i talebani nelle Aree Tribali (dove attualmente stanno svogliatamente combattendo 100 mila soldati pachistani). Primi segni di nervosismo. "Se verremo minacciai dall'India non lasceremo là nemmeno un soldato", ha dichiarato al quotidiano bitannico Guardian un anonimo ufficiale militare pachistano, riferendosi al fatto che tutte le truppe verrebbero schierate al confine con l'India. I primi segnali di 'ribellione' da parte dei militari pachistani ci sono già. Il governo di Islamabad aveva annunciato una storica missione in India del direttore dei servizi segreti pachistani (Isi), il generale Ahmed Shuja Pasha, per aiutare i servizi indiani nelle indagini. Ma i generali pachistani si sono opposti e la missione è saltata.
03 Dic 2008
Admin · 339 visite · 7 commenti
LA PROTESTA STUDENTESCA A MILANO
Milano, la lezione di piazza Duomo
dove l'Onda reinventa la protesta

di CURZIO MALTESE


Milano, la lezione di piazza Duomo dove l'Onda reinventa la protesta
MILANO - Nei capannelli di piazza del Duomo da sempre si dà appuntamento il luogo comune reazionario delle maggioranze silenziose milanesi. Nel mezzo degli anni Settanta, nella bufera delle lotte operaie e studentesche, qui lo slogan vincente era "ma andate a lavorare, barboni!". Figurarsi oggi, in fondo a un trentennio asfaltato da Craxi, Bossi e Berlusconi.

Ieri mattina, mentre i capannelli di anziani discutevano se aveva più ragione il Feltri a scrivere che la polizia doveva "manganellare gli studenti nelle parti molli", oppure il Cossiga a volerli "mandare tutti all'ospedale, senza pietà", si sono presentati i ragazzi dell'Onda milanese con i banchetti per tenere le lezioni in piazza. La prima, bellissima, del professor Roberto Escobar, filosofo della politica e raffinato recensore della pagina culturale del Sole 24 Ore, sul tema attualissimo: "Paure e controllo sociale". I capannelli si sono ritratti schifati. "Occhio, sono quelli là, i balordi del Leoncavallo".

Il Leoncavallo era un famoso centro sociale degli anni Settanta, rimasto da allora un mito più per la destra che per la sinistra. Nessuno ha trovato ancora il coraggio di comunicare ai pensionati di piazza del Duomo, ai consiglieri di An in giunta, a Berlusconi stesso e alle redazioni di Libero e Giornale che purtroppo il Leoncavallo, sentina di tutti i mali, covo di comunisti drogati, non esiste più da anni. L'hanno deportato a Greco ed è ridotto a un locale di reduci. I ventenni di oggi semmai si trovano al centro sociale Il Cantiere, in via Monterosa, o in quelli della Bicocca. Comunque Roberto Escobar non ha proprio l'aria dell'agitatore rosso, in più non parla in professorese e ha un bel senso dell'umorismo, quindi alla fine qualche benpensante si è staccato dal gruppo, con passo timido, verso l'adunata di sovversivi.

C'è un'astuzia da guerriglieri mediatici degli studenti milanesi, pochi e accerchiati nella roccaforte del Cavaliere, che meriterebbe di essere studiata dall'opposizione, dalla sinistra. Se a Milano la sinistra non si fosse estinta da tempo. "Saremo imprevedibili", avevano promesso e hanno mantenuto. Il rapporto di studenti mobilitati, rispetto a Roma, è di uno a dieci. Per non parlare dei professori "fiancheggiatori", quatto gatti. Eppure riescono a far parlare di sé ogni giorno.

Si dividono pezzi di città sulle cartine, come l'altro giorno per il blocco del traffico, e danno l'impressione così di essere moltissimi. Nell'aula della Statale che fu il tempio dei liderini sessantottini, da Capanna a Cafiero, specialisti nel discettare sulle prospettive planetarie del capitalismo, assisto a un collettivo sul tema della comunicazione. Discorsi ruvidi ma affascinanti. Del tipo: "Occupazioni, slogan, cortei, tutta roba che puzza di vecchio. Dobbiamo inventarci ogni giorno una cazzata buona per i notiziari, fare come lui. Il Berlusca quando deve distrarre l'attenzione dal taglio del tempo pieno che fa? Scatena il dibattito sul grembiulino". E quindi vai con le trovate. Un giorno la lezione in piazza sfidando i capannelli, un altro il sit-in coi libri sulle linee del tram, un altro ancora i messaggi in bottiglia da distribuire ai passanti, poi la festa aperta a tutti ("un momento ludico ci vuole"). "Qualcuno ha un'altra idea?". Sembra una riunione creativa di pubblicitari.

Marco prende la parola: "Bisogna trovare il modo di non farsi criminalizzare. Di non farsi fottere come i lavoratori dell'Alitalia o i fannulloni dell'impiego pubblico o gli immigrati delinquenti. Se ci trovano un'etichetta, tipo che siamo comunisti o non vogliamo studiare, ce l'abbiamo nel c...". Per ora, in qualche modo, ce l'hanno fatta a sfuggire all'iscrizione nelle liste nere del nuovo maccartismo. A svicolare dalla caccia alle streghe che concentra ogni volta la rabbia di tanti contro una micro categoria in genere di poveri cristi.

Hanno vent'anni, non sanno nulla del '68, poca roba del '77, non s'interessano di politica e neanche all'antipolitica. Non è un trucco per non passare "da comunisti". Soltanto negli ultimi dodici anni, dal '96 al 2008, l'astensionismo al voto dei ventenni è raddoppiato, dal 9 al 18 per cento. Ma sono nati e cresciuti in pieno berlusconismo, nel cuore dell'impero, e hanno sviluppato gli anticorpi giusti. Oltre a una vera ossessione per la comunicazione. "È anche esperienza di vita", chiarisce Luca, 21 anni, Scienze Politiche "Per arrangiarci in fondo che facciamo? Lavoriamo al call center, facciamo i baristi, le consegne, qualcuno lavoricchia in pubblicità. Insomma tutto il giorno a contatto con il pubblico, la gente normale".

"E la prima regola per comunicare i contenuti di una lotta è non farsi etichettare dalla politica. Non saremo mai l'esercito di nessun partito", aggiunge una bella ragazza alta e mora, dal piglio lideristico. Età? 22 anni. Nome? Carlotta Cossutta. Parente? "Nipote". Una rivendicazione di autonomia politica dalla nipote dell'Armando Cossutta, il boss del Pci milanese, l'uomo di Mosca, il rifondatore del comunismo, fa un certo effetto. "Intendiamoci, ciascuno ha le sue idee. Ma qui si tratta di comunicare la sostanza. Oggi per esempio siamo qui a discutere del perché sui media ha avuto tanto spazio il piccolo scontro con la polizia dell'altro giorno e non gli argomenti contro la legge". Carlotta guida un gruppo di guerriglieri mediatici che ogni mattina fa monitoraggio su stampa, radio e tv, analizza, studia come "fare notizia".

Alcuni dimostrano un vero talento. La protesta a Scienze Politiche nasce per esempio da una rivista, Acido Politico, la migliore rivista universitaria di questi anni, creata, diretta e scritta quasi per intero fino all'anno scorso da uno studente, Leo. Per esteso il nome è Leonard Berberi, albanese, nato a Durazzo, arrivato in Italia a dieci anni, senza parlare una parola d'italiano. Nessuno l'ha messo in una classe differenziata, si è diplomato e laureato col massimo dei voti ed è arrivato primo al test di ammissione del master di giornalismo della Statale. Nel movimento milanese sono molti i figli di immigrati e moltissimi gli studenti del Sud. Alla ministra Gelmini, che lamenta l'eccesso d'insegnanti meridionali al Nord, bisognerà un giorno comunicare la percentuale di studenti meridionali nella più prestigiosa università milanese, la Bocconi: 45 per cento.

Il marketing del movimento milanese in ogni caso funziona e l'Onda comincia a ingrossarsi. Dal mondo dei docenti arriva solidarietà. Il preside di Scienze Politiche, Daniele Checchi, per primo ha proclamato un giorno di blocco didattico in appoggio alla protesta. La preside di Psicologia alla Bicocca, Laura D'Odorico, ha aderito con entusiasmo: "Era ora che gli atenei si svegliassero dalla rassegnazione decennale a tagli brutali fatti passare come riforme".

Lo stesso rettore della Statale, Enrico Decleva, finora assai tiepido, se n'è uscito a sorpresa con un'intervista a Radio Popolare in cui ha ammesso: "Con questi ultimi tagli la Statale non potrà chiudere il bilancio del 2010". Non è neppure vero che l'Onda milanese non faccia politica, almeno nelle alleanze. A cominciare dalla più classica, cioè sfruttare le divisioni nel campo nemico.

A Milano, in Lombardia, nelle università il vero potere e il vero consenso non è neppure berlusconiano: si chiama Comunione e Liberazione. Ovvero Formigoni. Ovvero uno che da mesi è impegnato, da destra, nel fare opposizione a qualsiasi iniziativa del governo. Non sarà un caso se uno dei Formigoni boys, Francesco Cacchioli detto "Bencio", responsabile della lista ciellina a Scienze Politiche, che incontro per i corridoi della Statale, dice: "Questa roba qui non è una riforma, è una completa idiozia, una serie di colpi di mannaia senza dietro alcun disegno politico. Noi cattolici finora abbiamo contestato certi modi, i picchetti, i cortei, roba di sinistra. Ma diciamo la verità, nella sostanza non è che abbiano proprio torto".
25 Ott 2008
Admin · 195 visite · 2 commenti
COSSIGA HA CONFESSATO. L'ITALIA NON E' UNA VERA DEMOCRAZIA

Cossiga fuori dal Parlamento

video_cossiga.jpg
"Non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti all'ospedale"


da http://www.beppegrillo.it


"Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno. In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perchè pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito... Lasciarli fare (gli universitari, ndr). Ritirare le forze di Polizia dalle strade e dalle Università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di Polizia e Carabinieri. Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì... questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l'incendio".
Intervista a Francesco Cossiga. Presidente emerito della Repubblica Italiana e senatore a vita.

Cossiga ha confessato. Ne va preso atto. In fin dei conti ne va apprezzata la sincerità, neppure Totò Riina aveva osato tanto. Ha solo detto quello che la maggior parte degli italiani sapeva: l'Italia non è una vera democrazia. Forse non lo è mai stata. Quante fandonie ci hanno raccontato da Piazza Fontana in avanti? Sul G8 di Genova? Chi ha attivato il timer delle stragi di Stato?
Cossiga ci ha fornito una lezione magistrale della strategia della tensione. Però, ora, dopo quelle frasi , va dimesso dal Senato e ritirata la sua nomina a presidente emerito della Repubblica Italiana. Voglio vedere se un deputato o un senatore avanzerà la proposta in Parlamento.
Se rimane al suo posto è una vergogna per il Paese e un insulto ai professori e agli studenti. Non va picchiato, è anche lui un docente anziano. Va solo accompagnato in una villa privata. Propongo, per non farlo sentire troppo solo villa Wanda di Arezzo. Insieme a Licio Gelli potrà rinverdire i vecchi tempi, parlare di Gladio, di Moro, dei servizi segreti...

25 Ott 2008
Admin · 550 visite · 3 commenti

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